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Il bambino “bloccato”Di Vera I. Fahlberg, M.D.
INTRODUZIONEUna delle principali funzioni genitoriali consiste nel creare un ambiente che permetta al bambino di raggiungere la sua piena potenzialità in tutte le aree dello sviluppo: fisica, cognitiva e psicologica. Anche se di solito i progressi in queste tre aree si intrecciano, frequentemente lo sviluppo fisico si dimostra precursore rispetto a quello cognitivo e psicologico. A loro volta, i progressi raggiunti in queste ultime sfere incidono, comunque, sullo sviluppo fisico successivo. In generale, se ci sono ritardi in una delle aree dello sviluppo, questi incidono su altre aree principali. Una volta che il bambino si è “bloccato” in termini di sviluppo in qualsiasi delle tre aree principali, è probabile che gli effetti sulla continuazione della crescita e dell’evoluzione si faranno sentire anche nelle altre sfere. La crescita e l’evoluzione del bambino sono in funzione delle interazioni tra lui, i membri più stretti della famiglia, particolarmente le figure genitoriali, ed il suo ambiente. Problemi connessi anche ad uno solo di queste tre variabili possono provocare l’interruzione della normale progressione dello sviluppo. La maggior parte dei bambini che entrano, per qualsiasi motivo, nel sistema di collocamento dei minori, incontrerà problemi relativi alla continuazione della crescita e dell’evoluzione, rispetto alla norma. Se lo sviluppo del bambino è stato normale in tutte le sfere e se il bambino ha avuto una vita familiare normale fino al momento del collocamento (in tal caso si potrebbe presupporre che sia stata una crisi familiare a motivare il collocamento), è probabile che la separazione dalla famiglia provocherà un’interruzione della normale progressione dell’evoluzione e nella crescita. Più frequentemente sono già sorti gravi problemi prima dell’ingresso del bambino nel sistema di collocamento dei minori. L’origine di tali problemi potrebbe essere attribuibile a condizioni presenti nel bambino dalla nascita o a fattori di stress esistenti all’interno della famiglia. Quale che sia la situazione, non è stato offerto un ambiente che soddisfi i bisogni del bambino. Una volta sviluppato un problema nell’una o nell’altra area (bambino o famiglia), troviamo, ancora una volta, che questo, di per sé, andrà ad incidere sull’altra area. Le reazioni di un bambino incideranno sui comportamenti dei genitori; i comportamenti dei genitori avranno un effetto su come reagisce il bambino. Più che reazioni lineari, reazioni cicliche sono comuni nelle famiglie. I fattori ambientali tendono a modificare i comportamenti sia degli adulti, sia dei bambini. Possiamo quindi comprendere come un bambino che entra nel sistema del collocamento dei minori sia particolarmente soggetto al “blocco” in una delle aree inerenti alla normale progressione delle funzioni evolutive. Come abbiamo notato prima, è probabile che ciò abbia in una certa misura un effetto sulle altre aree principali dello sviluppo. Chi di noi lavora con questi bambini, a qualunque titolo, è tenuto ad identificare i problemi e a tentare di assicurare che venga creato un ambiente ottimale per rispondere ai bisogni attuali del bambino in modo che possa “sbloccarsi” ed essere di nuovo pronto per la continuazione della crescita e dello sviluppo in tutte le aree. La nostra esperienza ci dice che, avvenuto l’ingresso del bambino nel sistema di collocamento dei minori, è importante identificare come e dove si sia “bloccato”, nonché il perché. Sapere “il come”, “il perché” ed “il dove” ci farà capire cosa dobbiamo fare per aiutare il bambino a districarsi dal blocco e renderlo libero per una crescita futura sana ed ulteriori cambiamenti evolutivi. Quattro modi in cui i bambini si “bloccano”I modi in cui i bambini si possono “bloccare” sono stati suddivisi in quattro aree: 1. Il bambino può presentare ritardi dello sviluppo in una o in tutte le tre aree principali: fisica, cognitiva e psicologica. 2. Potrebbe aver sviluppato pattern anormali (o maladattivi) di comportamento. 3. Problematiche irrisolte relative alla separazione possono portare il bambino a “bloccarsi”. 4. Errate percezioni, su base organica o su base psicologica, possono essere di forte intralcio alla normale progressione della crescita e dei cambiamenti evolutivi. In tutte queste situazioni le energie del bambino sembrano spese per tener testa ai problemi, lasciando poca energia disponibile per la continuazione della crescita e del cambiamento. Non è raro vedere bambini intrappolati negli stessi pattern per molti anni. Frequentemente vediamo bambini che a distanza di anni dalla separazione dai genitori di nascita, continuano ad essere “congelati” al livello di sviluppo psicologico che avrebbe dovuto essere presente al momento della separazione. Ad esempio, un bambino di otto o nove anni può essere ancora impegnato nella conquista dell’autonomia, la quale di solito è già conclusa tra i due e i tre anni, oppure un bambino di sette anni può continuare a dipendere dalla protezione e dalla sicurezza fornite dall’esterno, piuttosto che apprendere qualche grado di auto-controllo. In seguito a trasferimenti non è insolito osservare periodi di regressione nel funzionamento. Questa è la norma per tutte le persone, ma è più evidente sia nel bambino che ha sperimentato molti trasferimenti, sia nel bambino che già presenta segni di uno sviluppo ritardato o anormale. Come aiutiamo il bambino a “sbloccarsi”?Nel mio lavoro di trattamento residenziale ho appreso che il vero strumento terapeutico consiste nella quotidianità della situazione abitativa. Si può adattare questo ai sistemi di affidamento e di adozione attraverso il riconoscimento che esistono similarità tra queste due situazioni ed il trattamento residenziale. In entrambi i casi il bambino è stato prelevato da un ambiente che ha favorito lo sviluppo di problemi, o almeno non ne ha posto fine, ed è stato collocato in quello che si spera sia un ambiente correttivo. Se noi ci rendiamo conto di questo, i terapeuti possono riconoscere che il loro ruolo nel percorso di assistenza sia quello di diventare esperti nell’individuazione del come e del dove il bambino si è “bloccato”, e poi lavorare con la nuova famiglia per creare strategie che servano ad offrire stimoli ottimali per la continuazione della crescita e dell’evoluzione del bambino all’interno della struttura familiare, aiutando in questo modo il bambino a “sbloccarsi”. È lo stesso ruolo del consulente che opera in una struttura di trattamento residenziale. Si esige che il consulente proceda con la presa in carico, raccogliendo l’input costituito dall’anamnesi, da test formalizzati e dalle osservazioni giornaliere degli operatori socio-sanitari, per individuare poi ciò che il bambino ci sta facendo capire riguardo ai suoi bisogni. Si esige inoltre che il consulente aiuti gli operatori socio-sanitari a sviluppare un piano per l’attuazione di apprendimenti nuovi per il bambino nel contesto della quotidianità della situazione abitativa. Il ruolo rimane uguale quando i terapeuti lavorano con famiglie adottive o affidatarie. I terapeuti devono individuare quali siano i bisogni del bambino relativi allo sviluppo, quali le esperienze di apprendimento nuove o correttive di cui ha bisogno, quali le errate percezioni del bambino, e poi aiutare la famiglia a sviluppare un piano di rimediazione familiare quotidiana. Il piano deve coincidere con il funzionamento generale della famiglia e con i bisogni della famiglia. Di conseguenza deve necessariamente variare da famiglia a famiglia, poiché ciascuna famiglia costituisce un sistema unico. LE QUATTRO AREE PROBLEMATICHERitardi dello sviluppo: Il nostro compito è individuare i livelli evolutivi di funzionamento del bambino e in seguito aiutare la famiglia a creare un ambiente congruo rispetto a quei livelli piuttosto che all’età cronologica. Per fare ciò serve una conoscenza della normale progressione dello sviluppo. Per i bambini che si trovano nel sistema di collocamento, livelli di sviluppo chiaramente disomogenei sono consueti. Questi bambini di solito presentano alcune aree di ritardo, mentre altre aree si avvicinano di più a livelli normali dello sviluppo. Il nostro obiettivo è individuare le prime e utilizzare le aree di forza per effettuare il processo di rimediazione. I ritardi dello sviluppo del linguaggio sono molto comuni tra i bambini in età pre-scolare nel sistema di collocamento. Riguardo lo sviluppo delle abilità grosso-motorie, i ritardi sono meno comuni e frequentemente sono meno severi, ma non è insolito incontrare bambini in età pre-scolare con ritardi che variano dai 6 ai 12 mesi. Anche i ritardi nella motricità fine e quelli relativi all’integrazione percettivo-motoria sono fenomeni comuni. I rapporti interpersonali di alcuni bambini sotto tutela affidataria sono caratterizzati da livelli molto più elementari rispetto alla loro età. Un bambino di sette o otto anni può essere capace di giocare stando solo accanto ai coetanei piuttosto che condividere il gioco e giocare a turni – un’abilità di solito già raggiunta entro i quattro anni di età. Le paure e le preoccupazioni che sono normali nei primi anni di vita, frequentemente persistono molto oltre questa fascia d’età nel bambino sotto tutela affidataria. Tali paure possono inoltre essere di un’intensità singolare, fattore che interferirà con il funzionamento quotidiano del bambino. Se il nostro compito è quello di aiutare il bambino a crescere in termini di sviluppo e a seguire i consueti percorsi evolutivi, dobbiamo aiutare coloro che vivono con il bambino a creare un ambiente che quotidianamente non solo risponde ai bisogni evolutivi tipici di un’età più giovane di quella del bambino, ma offre anche stimoli adeguati per la continuazione della crescita. Pattern maladattivi: Quando sono presenti pattern maladattivi di comportamento, dobbiamo riconoscere i pattern, nonché renderci conto di come essi abbiano origine per poterci focalizzare sulla costruzione di un ambiente che offra al bambino un’esperienza di rimarginazione. A questi bambini servono opportunità per riapprendere pattern più normali dei legami tra adulti e bambini. Dobbiamo tenere sempre a mente che riapprendere qualcosa è più difficile e richiede più tempo che impararlo nel modo giusto la prima volta. Nella maggior parte di questi casi il bambino non ha avuto l’opportunità di vivere in una famiglia in cui i rapporti adulti-figlio sono basati sul beneficio del bambino e successivamente questo fattore diventerà cruciale nel nuovo ambiente. Si osservano due pattern maladattivi molto comuni nei bambini che hanno subito abusi. Questi bambini hanno imparato a presumere che ciò sia un normale rapporto genitore- figlio. Possono difendersi psicologicamente ritirandosi in se stessi o evitando interazioni con adulti, oppure imponendosi affinché siano loro a controllare il rapporto e quello che succede loro. Non è insolito per questi bambini tentare di ricreare lo stesso rapporto adulto-bambino quando entrano a far parte di nuove situazioni di convivenza. Nel caso dei bambini che impongono la propria autonomia in maniera inappropriata, è importante per noi capire che questo non significa assolutamente che al bambino piaccia il dolore fisico, ma piuttosto che vuole verificare le proprie percezioni dei rapporti adulti-bambino. Questi bambini arrivano all’interno di nuove situazioni e si comportano in modi che possono persino sembrare inviti ad ulteriori abusi. Sembra che “se la siano voluta” e possono anche sembrare “sollevati” se riescono a portare un adulto ad adoperare nuovamente un’eccessiva disciplina fisica nei loro confronti. Il desiderio del bambino di ricreare tali situazioni mira a confermare la sua abilità a percepire il suo ambiente con precisione, piuttosto che a voler semplicemente essere colpito fisicamente. Gli adulti che vivono con questi bambini devono rendersi conto che tutte le volte che sono provocati e portati ad esercitare una disciplina eccessiva, stanno rafforzando il pattern maladattivo. L’esperienza di apprendimento correttiva richiede che il rapporto adulto-bambino sia non-abusante. Questo particolare pattern maladattivo è comunemente reso più complesso a causa di un’errata percezione di come tutti i genitori dimostrano l’amore. Alcuni bambini che hanno subito abusi, ma che sono anche stati amati dalle loro famiglie di origine, confondono le due cose in un unico intreccio, e pensano che “se un genitore mi ama per davvero, mi picchierà”. È importante che noi sappiamo se un bambino ha questa errata percezione in particolare, cosicché si possano sviluppare strategie speciali per separare le due cose. Noi vorremmo che il bambino imparasse a sentirsi amato senza l’abuso. Un secondo e frequente pattern maladattivo è osservabile in bambini che hanno subito abusi sessuali. Nel tipo di abuso sessuale più comune, cioè l’incesto tra padre e figlia, la bambina impara che “questo è il modo in cui i padri e le figlie interagiscono”. Quando una bambina con queste esperienze entra all’interno di una situazione abitativa alternativa, potrebbe continuare a comportarsi come le è stato insegnata prima. Lei cerca di mantenere la sua parte del rapporto. Le figure genitoriali sostitutive potrebbero commentare, “non c’è da stupirsi che questa bambina sia stata abusata sessualmente: è seducente e se la cerca”. Dobbiamo capire, ancora una volta, che la bambina vuole una riconferma delle sue percezioni del mondo e che, come tutte le persone normali, desidera l’intimità fisica. Occorre distinguere questi bisogni dal comportamento che manifesta e insegnare alla bambina che nella maggior parte delle famiglie i rapporti padre-figlia sono diversi. Ha bisogno di imparare che può avere un’intimità fisica con il genitore maschio in maniera non sessuale. Di nuovo, i caregiver presenti quotidianamente devono essere consapevoli di come sia stato appreso il pattern precedente e loro stessi hanno bisogno di aiuto per elaborare una strategia di rieducazione. Incoraggiando la bambina ad evitare il genitore del sesso opposto chiaramente non può offrire la possibilità di un sano riapprendimento. Si deve, ancora una volta, focalizzare l’attenzione sull’insegnamento di cosa siano rapporti genitore-figlio più normali. Generalmente il genitore dello stesso sesso del bambino abusato sessualmente si trova in una posizione migliore per assumere il ruolo attivo nell’insegnamento di ciò che è appropriato nelle interazioni con il genitore del sesso opposto. Se un bambino con pattern maladattivi riesce a far sì che gli adulti si comportino nei suoi confronti così come avveniva nell’ambiente precedente, abbiamo fallito nel nostro compito di rieducazione terapeutica. Problemi relativi alla separazione: Alcuni bambini sembrano investire tutte le loro energie in rapporti che non fanno più parte della loro vita quotidiana. Ciò significa che resta poca energia disponibile per percepire cosa stia succedendo ora, per elaborarlo e per utilizzare i rapporti attuali per la continuazione della crescita e dei cambiamenti evolutivi. Con il passare del tempo, le energie si deviano verso un rapporto fantasticato: un “se solo fossi con… le cose andrebbero così.” Questo, necessariamente, è fantasia in quanto nessuno è in grado di assicurare ciò che accadrebbe se i rapporti precedenti fossero ancora in corso. Con l’aumentare del periodo di tempo tra il momento della separazione e il presente, diminuisce ancora di più la probabilità che questa fantasia possa somigliare alla realtà. Da questo punto di vista, le separazioni più difficili sono quelle in cui sono stati altri a separare il bambino e le figure genitoriali, siano essi genitori di nascita o genitori adottivi, contro la volontà delle parti. Il bambino, in casi come questi, raramente ha ottenuto il permesso di andare via e di far strada nella vita. Di conseguenza, il bambino tenderà a pensare che se si avvicina ai nuovi caretaker, impara ad amarli e fa strada, deluderà le persone che in passato erano così importanti per lui. Se i genitori, verbalmente o attraverso i loro comportamenti, rivelano chiaramente che loro: 1) non vogliono il bambino con loro, o 2) non sono in grado di soddisfare i bisogni del bambino, allora siamo nella condizione di aiutarlo a comprendere la separazione e di elaborarla. Possiamo aiutarlo ad affrontare il fatto che non può fare niente se il genitore non vuole il suo ritorno a casa, o se il genitore rifiuta di cambiare il proprio comportamento e dunque soddisfare meglio i bisogni del bambino. Per il bambino questo non è un compito facile da svolgere, ma si basa sulla realtà e quindi è più facile da confermare e risolvere rispetto a percezioni basate sulla fantasia. In generale, è più facile aiutare il bambino a risolvere la questione se facciamo in modo che siano i genitori a comunicare il messaggio direttamente al bambino. Quando assumiamo la funzione di interpreti/intermediari, nel tentativo di proteggere il bambino dal suo dolore, è facile che il bambino focalizzi su di noi i suoi sentimenti relativi alla separazione. A volte poi, siamo di conseguenza messi sulla difensiva e non siamo più in grado di essere di aiuto nel percorso di risoluzione perché il bambino vede noi come i responsabili del suo stato. Se egli ci ritiene responsabili della separazione, potrebbe darsi che, così facendo, il bambino sia messo nella condizione di “dimostrarci che abbiamo torto” intralciando i suoi collocamenti successivi. In questo modo ci dà la prova che averlo spostato non è stata la scelta giusta. Se il bambino si è bloccato di fronte a questioni riguardanti la separazione, dovremo poi aiutarlo ad affrontare la realtà. Ciò potrebbe richiedere la necessità di stabilire un contatto con le figure genitoriali precedenti o con altri parenti tramite incontri diretti, lettere o telefono. A volte è necessario persino aiutare un bambino a scrivere una lettera a qualcuno che probabilmente non risponderà. Se una risposta alla lettera non arriva, siamo in una posizione che ci permette di aiutare il bambino ad affrontare i sentimenti suscitati di conseguenza. Se invece arriva una risposta, possiamo aiutare il bambino ad affrontare il messaggio ricevuto. Se non gli permettiamo di scrivere, in realtà stiamo sostenendo la sua fantasia del “se solo i miei genitori sapessero…”. Le forti emozioni associate alla separazione vengono poi spostate su di noi. Il bambino ci può incolpare per la sua rabbia o per la sua depressione: “È perché non mi avete lasciato contattarli”. Il nostro lavoro non è quello di proteggere il bambino dalla realtà, ma di aiutarlo a fronteggiarla. Se il genitore e il figlio sono stati separati da tempo e il bambino sta investendo tutte le sue energie nel rapporto passato, forse dovremmo permettere a lui e al genitore di riunirsi, anche in presenza di dubbi che tale collocamento possa riuscire a lungo termine. Ciò è necessario per far rientrare la situazione in termini realistici, affinché possiamo aiutare il bambino con l’elaborazione della separazione in base ad una realtà piuttosto che ad una fantasia. Dovremmo assicurare, ovviamente, che non ci siano rischi per l’incolumità fisica del bambino e dovremmo supportare il bambino che sta affrontando la realtà della situazione e vi si stia adattando. Alcune volte tornare ai luoghi del passato può aiutare il bambino a ricordarne quanto basta per rendere possibile la risoluzione. Se sono morti i caretaker precedenti, fotografie o visite al cimitero possono servire a facilitare il processo di risoluzione. Nel percorso terapeutico, la questione più importante è spesso quella per la quale il paziente può fare poco o niente. Frequentemente la questione ha a che fare con la separazione. Per esempio, se il bambino è intrappolato in fantasie su un genitore di nascita che è deceduto e sta investendo le sue energie nel pensiero “se solo non fosse morto”, l’obiettivo è quello di aiutarlo ad affrontare il fatto che questa è una cosa sulla quale non ha nessun controllo. Non c’è niente che possa fare per cambiare la situazione. Ha comunque, in qualche misura, il controllo sull’influenza che la morte del genitore potrà avere sulla propria vita. In molti casi, le persone dedicano molte più energie ad affliggersi per situazioni sulle quali non hanno alcun controllo e ad evitare quelle situazioni sulle quali invece hanno il pieno controllo. Il nostro lavoro, come terapeuti, è quello di aiutare le persone a distinguere i due tipi di situazione e di far sì che siano loro ad assumersi la responsabilità per la decisione su dove investire le proprie energie. Le questioni relative alla separazione sono una causa principale di problemi a lungo termine e proprio per questo dobbiamo comprendere che il tempo impiegato nel tentativo di ridurre al minimo il trauma provocato da spostamenti è speso bene. La nostra prima linea di difesa consiste nel prevenire spostamenti inutili. Qualora però questi siano necessari, dobbiamo tenere a mente che quando un bambino si sente parte del processo decisionale, senza averne comunque tutta la responsabilità, ha meno probabilità di “bloccarsi” nel groviglio di problematiche irrisolte attinenti alla separazione. Se lavoriamo con cura durante la fase preparatoria, precedente il collocamento, e miriamo a trasferire coscienziosamente i progressi comportamentali e l’attaccamento, anche queste due azioni costituiranno misure preventive che potranno ridurre la probabilità di gravi difficoltà relative alla separazione. Abbiamo poco controllo sulle circostanze che sono all’origine dei molti problemi presentati dai bambini che si trovano nel sistema di assistenza ai minori. Le questioni irrisolte inerenti alla separazione rappresentano un’eccezione. Abbiamo non solo un controllo sulle circostanze dei trasferimenti, ma anche modi riconosciuti per ridurre il trauma degli spostamenti, qualora questi ultimi debbano per forza avvenire. Errate percezioni: Rispetto alla popolazione di bambini in generale, i bambini che si trovano nel sistema di assistenza ai minori hanno una probabilità più alta di avere disabilità di apprendimento e problemi percettivi di natura organica. I problemi percettivi possono essere di tipo visivo o uditivo. I bambini con questi problemi hanno anche più probabilità di essere più frustrabili e più impulsivi di altri bambini. Sono frequentemente caratterizzati da una breve durata dell’attenzione e sono emotivamente labili. In questi casi il nostro lavoro ha un duplice indirizzo: un aspetto riguarda l’assistenza fornita ai caregiver primari per creare un ambiente che aiuti il bambino ad imparare ad affrontare le frustrazioni, l’impulsività, ecc.; l’altro riguarda il lavoro da fare insieme ai caregiver per arrivare alla comprensione di come questo bambino percepisce il mondo, utilizzando quindi gli adulti come mediatori per la focalizzazione dell’attenzione e per la correzione delle errate percezioni. Dobbiamo imparare a vedere e ad udire attraverso gli occhi e le orecchie del bambino se intendiamo aiutarlo a costruire un’immagine coerente del mondo. Un secondo tipo di errata percezione, collegata al pensiero magico, spesso riguarda gli spostamenti. Nei suoi sforzi per capire il senso di questo mondo, il bambino cerca di trovare le cause di ciò che gli è successo. Tuttavia, spesso le cause sulle quali il bambino concentra l’attenzione non riguardano i veri motivi degli spostamenti. Se il bambino continua a funzionare come se il suo senso di causa ed effetto o il suo pensiero magico fossero veritieri, potrebbe sviluppare ulteriori problemi. Per esempio, quando un bambino è stato trasferito altrove, spesso ritiene se stesso responsabile per effetto del pensiero egocentrico. Può provare a trovare un senso alla situazione agganciando insieme come cause ed effetti fatti non correlati tra di loro. Si può fare ciò consciamente o inconsciamente. Il bambino tende a pensare: “se solo non avessi… tutto sarebbe andato bene”. Se il suo “se solo” non si basa sulla realtà, non giocherà a suo favore e potrebbe portare a problemi crescenti mano a mano che egli andrà alla ricerca di verifiche di questa sua errata percezione. Per esempio, un bambino trasferito poco dopo l’arrivo di un neonato in famiglia potrebbe presumere che l’arrivo di questo neonato sia la causa della propria partenza, mentre invece non lo è. Dall’altra parte, potrebbe sviluppare sentimenti di responsabilità per la separazione per effetto del pensiero magico del tipo “i desideri fanno avverare le cose”. Per esempio, un bambino piccolo che era arrabbiato con un adulto nei giorni appena precedenti al trasferimento potrebbe percepire la sua rabbia come la causa del trasferimento. Un’attenta osservazione dei messaggi verbali e non verbali del bambino in prossimità del momento dei trasferimenti spesso fornisce indicazioni sulla particolare modalità del pensiero magico del bambino. Le percezioni nel presente possono attingere da vecchi ricordi a livello subconscio e portare a problemi comportamentali continuativi. Questo, ancora una volta, deve essere visto come degli sforzi sani del bambino di trovare un senso alle proprie percezioni. Problemi possono anche sorgere se il bambino prende i vecchi messaggi dei genitori per verità assolute. Per esempio, se un genitore precedente ripeteva “sei cattivo” o “se non la smetti di piangere, ti lascio”, il bambino potrebbe interiorizzare questi messaggi e continuare a comportarsi come se fossero verità assolute, Le minacce di abbandono sono particolarmente dannose per i bambini piccoli poiché sono di solito proferite da genitori che ritengono il figlio responsabile per i problemi. Le minacce vengono fatte generalmente in modo che il figlio diventi responsabile per il comportamento dell’adulto. Per esempio, il genitore che minaccia un bambino che sta facendo capricci in mezzo ad un negozio dicendo “se non la smetti con questa scenata, ti lascio qui”, sta insinuando che tutta la responsabilità per il comportamento dell’adulto è nelle mani del bambino. Non c’è nessun riconoscimento della realtà che è l’adulto ad avere molte opzioni e che anche la responsabilità di sceglierne una è dell’adulto. Il nostro lavoro è quello di aiutare a chiarire le errate percezioni e/o il pensiero magico del bambino, e di correggerli o durante il lavoro individuale col bambino, o attraverso le interazioni successive giorno per giorno. Normalmente un approccio che comprende entrambi è il più produttivo. STRUMENTI PER INDIVIDUARE COME IL BAMBINO SI È BLOCCATO:Il Lifebook [il Libro-Storia della vita del bambino] è uno strumento molto potente di aiuto per l’identificazione di come e dove il bambino si sia “bloccato”. Mano a mano che si completa o si rivede un Lifebook, ci sono occasioni per individuare forti emozioni suscitate da eventi passati, tra cui le separazioni, e per correggere errate percezioni. Il Lifebook ci dà delle occasioni per concludere questioni relative alla separazione o per riconoscere quale tipo di contatto con persone o luoghi del passato potrebbe risultare utile a questo bambino particolare, allo scopo di risolvere vecchie questioni. Ci dà delle opportunità per vedere come i pattern maladattivi si sono sviluppati e per condividere queste informazioni con il bambino. Lavorare sul Lifebook è un modo per identificare errate percezioni e/o il pensiero magico affinché sappiamo ciò che occorre chiarire per poter aiutare il bambino. Spesso per aiutare il bambino “bloccato” è necessario occuparsi con “pignoleria” di fatti e dettagli piccoli. Nel corso di questo processo si evidenziano sia le errate percezioni, sia i sentimenti sottostanti. Di solito è necessario separare i sentimenti dai comportamenti, accettando i primi e affrontando i secondi. Dobbiamo spalancare delle scelte al bambino ed aiutarlo a diventare responsabile delle sue azioni. Cosa potrà mai fare in futuro se continuerà ad avere gli stessi sentimenti di sempre? Dobbiamo insegnargli attivamente dei modi alternativi per esprimere i suoi sentimenti e per farlo bene, dobbiamo includere i suoi caregiver attuali nella terapia. Se non dovessimo includerli, correremmo il rischio di insegnare al bambino un modo di esprimere sentimenti non accettabile per loro e questo porterebbe al rafforzamento della mancanza di accettazione da parte dei caregiver. Dobbiamo focalizzare il lavoro su come aiutare il bambino e la famiglia a trovare un senso, a comprendere come il bambino sia arrivato al punto in cui si trova ora. Questo, di per se, aumenta l’autostima e manda un messaggio che dice: “In fondo sei una persona saggia e percettiva”. Dopodiché possiamo impegnare il bambino a far uso di queste stesse qualità nell’immediato e farlo diventare attivamente partecipe nel decidere ciò che vuole nel presente e nel futuro, nonché come procederà per ottenerlo. Se riusciamo ad aiutare il bambino e la famiglia a trovare il senso dei comportamenti che non giocano a suo favore, sarà più facile per lui abbandonare tali comportamenti e per la famiglia intravedere la salute nel figlio. Il compito consiste nell’aiutare tutti a capire che una volta questi comportamenti erano adattivi e avevano uno scopo utile, ma ora sono maladattivi e non hanno alcuno scopo utile. Se riusciamo ad inquadrare i comportamenti secondo un’ottica che spiega che erano utili una volta e avevano un senso, sarà più facile rinunciare ad essi, rispetto all’implicazione “questi comportamenti non sono mai serviti a nulla; tu sei sempre stato anormale”. Nell’ultimo caso il bambino avrebbe soltanto due alternative: essere d’accordo con noi e continuare ad essere anormale o non essere d’accordo e mantenere gli stessi comportamenti di sempre, cercando di renderli più utili in termini di guadagni secondari. Il nostro compito è di aprire delle alternative per il futuro e mettere la responsabilità per le scelte che fanno e per le conseguenze delle proprie azioni sempre nelle mani delle persone con le quali stiamo lavorando, siano esse adulti o bambini. È questo il modo nel quale aiutiamo loro a togliersi dalla condizione di sentirsi impotenti rispetto alla propria vita. Nello stesso tempo, aumentiamo la loro autostima aiutandole a prendersi la responsabilità delle loro decisioni ed a cambiare affinché si sentano anche responsabili per i cambiamenti positivi. Il nostro compito, in qualità di adulti che prestano assistenza, è quello di mirare sempre ad aiutare le persone a trovare un senso alla loro vita tramite la comprensione del proprio passato, correggendo le errate percezioni, spalancando alternative per il futuro e ritenendole responsabili delle loro azioni. Il nostro obiettivo non è quello di risparmiar loro il dolore della realtà, ma piuttosto quello di aiutarle a fronteggiarlo. Il nostro compito non è prendere decisioni unilaterali al posto loro, bensì aiutarle a prendere decisioni che abbiano senso e diano loro un senso di potere sulla propria vita, il quale accresce sia l’autocontrollo sia l’autostima.
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